Editoria e giornalismo, il modello Huffington Post cambia le regole?

Quando a febbraio America Online ha pagato 315 milioni di dollari per l’Huffington post, pochi pensavano che stesse comprando un business model da esportazione. Si è detto di tutto, persino che fosse una “bara fiscale”. Invece oggi vediamo che fior di progetto ci fosse dietro.
Infatti America Online sta già mettendo a frutto il brand Huffington Post e il suo staff, sempre diretto dall’astuta Arianna Huffington. Secondo indiscrezioni, il piano di internazionalizzazione toccherebbe 14 Paesi.

L’Huffington Post non è un concorrente come altri. Non solo ha già vinto sul proprio terreno una vecchia gloria come il New York Times, dichiarando (ma sarà tutto vero?) 36 milioni di lettori al mese, ma perché ha inventato un sistema editoriale molto più efficiente (più risultati a minor costo), dei sui concorrenti.

Nulla di particolarmente innovativo, all’origine: qualche buona firma che faccia da richiamo a migliaia di aspiranti giornalisti o blogger e un minimo di redattori (solo 150, contro i 900 del New York Times e i 1.600 della RAI), per garantire uno standard professionale degli articoli ricevuti gratuitamente e per integrarli con riferimenti ad altre fonti online. Cioè per fare “aggregazione”.
Per questo, il direttore del New York Times, Bill Keller, ha definito Arianna Huffington la “regina dell’aggregazione”, intendendo dire che ha costruito la sua fortuna con il lavoro altrui.

Quanto a blogger e giornalisti non pagati, Arianna Huffington ha detto che «Scrivere per il Post equivale ad andare in tv in un talk show di grande popolarità». Ed è vero.

Quello che preoccupa ora la stampa inglese, e il Guardian in particolare, è la guerra al ribasso che si apre con l’edizione inglese dell’Huffington Post.
Lo staff inglese, al momento, conta sul contributo gratuito di 300 bloggers e, come come da copione, ha già deciso di mettere a contratto alcune firme di gran richiamo, tra cui Tony Blair e Sarah Brown, moglie dell’ex primo ministro Gordon Brown.

Cosa succederà?
Pensare che la sola pubblicità possa sostenere un’intera struttura editoriale è troppo ottimistico, anche se la pubblicità online vale per l’inserzionista cento volte più di quella stampata. Per questo, probabilmente, tra un anno le cose si assesteranno in questo modo: il quotidiano-tipo inglese avrà un 75% di notizie gratuite, sostenute dalla pubblicità, e un 25% di notizie a pagamento singolo (pochi centesimi), con sistema “one click”.
Antonello Ruggieri

 

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