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Giornalismo: dagli Usa arriva l’onda del pay-per-click

Arriva dagli Usa l’onda (o l’onta?) del pay-per-click per i giornalisti, con stipendi agganciati al numero di lettori (click).

La notizia stupisce per il ritardo con il quale arriva anche per i giornalisti il pay-per-click, che è la retribuzione commisurata al numero dei lettori. La notizia arriva con il mensile Prima Comunicazione, che spiega dettagliatamente come «sempre più giornalisti, negli Stati Uniti, vengono pagati in base al traffico e alle pagine viste che producono». 
Il conteggio dei lettori per ogni articolo è un meccanismo molto semplice online, ma può produrre smottamenti nelle gerarchie di un giornale, dove è la fama redazionale o le protezioni che pilotano gli stipendi.
Risultato? Noti giornalisti sorpassati da giovani sconosciuti. Per questo motivo, per l’impietosa pagella dei lettori reali, il web journalism è stato subito osteggiato più o meno apertamente in tutte le redazioni, con il rifiuto di fare il lavoro online e persino di ripubblicare online gli articoli andati in stampa.
Naturalmente questo tipo di meritocrazia è possibile solo per le testate online, dove c’è sempre un server (computer), che conta tutti i click di ogni articolo pubblicato online e volendo, conta anche i tempi di lettura, quindi se un articolo ha solo un buon titolo (3-4 secondi) o è anche scritto bene, ed è letto fino in fondo (30-40 secondi o più).

Da 1.500 a 6.000 dollari, secondo i lettori

Negli Usa, esemplare del nuovo corso è la soluzione adottata da Gawker Media, che ha annunciato ‘Recruits’, un un nuovo programma in base al quale i nuovi collaboratori verranno pagati un fisso di 1500 dollari al mese fino a 300 mila visitatori e poi, superato questo numero, saranno pagati cinque dollari per mille visitatori unici, fino a un massimo di 6 mila dollari. Dopo novanta giorni, saranno scelti i collaboratori più promettenti, ai quali verrà offerta una collaborazione a lungo termine.

Un pay-per-click come incentivo ai giornalisti

Il rischio implicito in questa novità è quello fare giornali sempre più compiacenti verso il pubblico Ma a limitare questo rischio, a restare nei margini del buon senso, ci sono già le strutture redazionali e la grande elasticità dell’impaginato online, rispetto l’impaginato su carta.
Minda Zetlin, presidente dell’American Society of Journalist ha detto che «il meccanismo del pagamento in base ai clic è solo all’inizio», ma «c’è un valore positivo nell’imparare alcune buone pratiche e capire da dove arriva il traffico».
E David Carr, giornalista del New York Times così commenta la novità del pay-per-click ai giornalisti: «non sempre tutto quello che è popolare è anche rilevante. Ma anche ignorare del tutto quello che coinvolge i lettori è un sentiero spianato verso l’irrilevanza».

E.G. Pasceri & staff FM Magazine

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La newsroom del New York Times

 

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5 pensieri riguardo “Giornalismo: dagli Usa arriva l’onda del pay-per-click

  1. Risposta a Carmela – Una pubblicazione online consente al lettore dei percorsi di lettura molto più liberi rispetto l’analoga edizione stampata, che è sequenziale e deve rispettare delle proporzioni tematiche (product mix) ben definite da editore e direttore, valide per alcuni anni. Due vincoli inesistenti online.

  2. Giornalisti vs web journalist: “È accaduto ovunque, ancor più nella critica specializzata: le recensioni di film, di dischi, di libri. Per la stampa enogastronomica vale ancora di più. La stampa ha ceduto il passo al web e la grande firma si è vista superare dagli ultimi arrivati: più giovani e meno paludati, più ironici e meno tromboni, più ambiziosi e dannatamente al passo coi tempi. Così contemporanei da rifiutare perfino la dicitura (bolsa?) di “critico”, preferendo il più smart “appassionato”. È cambiato tutto, forse in meglio e forse no, ed è un processo irreversibile.” Andrea Scanzi, su “Il fatto” di oggi, p. 14.

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