Giornalismo italiano e inglese, confronto a Londra

“Cane da guardia o cane da compagnia? Confronto tra il giornalismo inglese e italiano” è il titolo del dibattito che si è tenuto il 15 luglio all’Italian Cultural Institute di Londra.

C’erano Bill Emmott, storico direttore dell’Economist  dal 1993 al 2006 e autore, con Annalisa Piras, del noto documentario Girlfriend in a Coma, un atto di amore verso l’Italia.
C’era John Lloyd, giornalista del Financial Times esperto di media e direttore del programma di giornalismo del Reuters Institute di Oxford, accompagnato da Ferdinando Giugliano, sempre del Financial Times

C’era anche Marco Nadia, noto giornalista e scrittore, che dal 1993 al 2008 è stato corrispondente da Londra per Il Sole 24 Ore, e che proprio sul Sole ieri ha riportato una sintesi dell’incontro di Londra e del suo intervento:

Watchdo-and-Lapdog-logo“In Gran Bretagna da un paio di secoli il giornalismo si distingue come cane da guardia (watchdog, ndr) dell’interesse pubblico, in Italia tende a rappresentare gli interessi di gruppi di potere, politici o economici, di cui amplifica i messaggi (lapdog, traducibile come “cane da salotto” e “lecchino” ndr).
In Gran Bretagna è uno strumento di contropotere generale a servizio del pubblico, mentre in Italia è sostanzialmente uno strumento di propaganda, una sorta di esercito “privato” in dotazione al Signore di turno. In Gran Bretagna non guarda in faccia a nessuno, mentre in Italia attacca essenzialmente il nemico del fronte opposto.
In Gran Bretagna il giornalismo investigativo fiorisce e mette i risultati di un’inchiesta a servizio del pubblico, quali che siano le conseguenze su gruppi di potere, aziende e istituzioni, mentre in Italia questo tipo di giornalismo è gracilissimo, dato che si lasciano fare le inchieste alla magistratura e poi si interpretano, sostengono o osteggiano a seconda della fazione di cui si fa parte”.

 

Giornalismo italiano, tra lapdog e carriera

Nel suo articolo, Marco Nadia scrive anche che in Gran Bretagna «l’informazione è business» più che in Italia e che il buon servizio ai lettori si trasforma in copie vendute. Insomma, il mercato premia indipendenza e aggressività. 
La conseguenza è che «nei media, in Gran Bretagna, più si è aggressivi e imparziali, ossia più si disturba il manovratore e più si fa carriera, mentre in Italia più si è faziosi e vicini al Signore, economico o politico che sia e più aumentano retribuzioni, prebende e cariche».

 

Giornalisti in carriera

Una conseguenza di queste differenze «è che, poiché in un modo o nell’altro il giornalismo italiano è lottizzato, ai protagonisti non spiace per nulla fare parte di una classe di professionisti militanti che diventa protagonista essa stessa rispetto alla notizia. I conduttori dei programmi TV degli ultimi anni ne sono un esempio. La visibilità porta inoltre fama e – perché no? – consente  l’eventuale incursione in politica, permettendo al preclaro giornalista di farsi eleggere e avviare una nuova carriera. Senza escludere successivamente un rientro in redazione con un medagliere ancor più ricco e pesante. Il che, in fondo, è motivo di vanto per chi all’informazione imparziale non ha mai creduto».

 

Quotidiani: chi paga il conto… conta

Tutto questo, noi, in Italia, lo sappiamo. Ma sappiamo anche che accade perché un quotidiano oggi costa molto e non rende nulla, o perde milioni. Così chi paga il conto è anche quello che comanda: grandi imprese, banche, concessionarie di pubblicità, ecc. E’ di questi giorni la notizia che Fiat, che nonostante i suoi problemi, oltre al controllo della Stampa, voglia contare anche nel Corriere della Sera (Marchionne: «il Corriere è un investimento strategico»), che ha un passivo di 800 milioni (100 operativi e 700 per un investimento sbagliato in Spagna). 

 

Giornali asserviti per necessità, ma ancora per poco

Il perno del servilismo giornalistico italiano, di cui si è parlato a Londra, è certamente nella dipendenza da grandi capitali, sia per nascere, sia per ripianare le perdite. Quando questa dipendenza finanziaria verrà meno, automaticamente si creeranno le condizioni per un giornalismo meno condizionato, meno lapdog.
Facile fare previsioni: il prossimo decennio vedrà maturare una crisi profonda delle testate storiche, a favore delle testate online.
Poi, spinti proprio dalla crisi, gli editori faranno l’inevitabile: ricambio generazionale interno e acquisizione della concorrenza più diretta.

Già il Gruppo Espresso si è creato una prospettiva con l’edizione italiana dell’Huffington Post. Tutti gli altri seguiranno. E seguiranno perché da sempre e ovunque le grandi imprese per restare grandi inglobano le nuove medie e piccole di successo.  
Altre edizioni, in alternativa, faranno campagna acquisti al dettaglio, per avere una firma di richiamo in più sotto la propria testata e una in meno sotto quella della concorrenza (come si fa nel calcio).  

Tutto come prima? Le grandi testate torneranno a monopolizzare l’informazione? Non proprio. Le regole di Internet, la logica del digitale non lo consente. E’ prevedibile che non ci saranno né grandi perdite da ripianare, né grandi guadagni ad allettare. L’industria editoriale perderà presto le sua caratteristiche industriali di grande apparato affamato di risorse. A svantaggio di pochi, a vantaggio di tutti gli altri, un po’ come in Gran Bretagna.

Pierluigi Zonna & staff (Claudio Torrella)

Citazioni: Giornalismo italiano e inglese: due mondi inconciliabili?

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25 pensieri riguardo “Giornalismo italiano e inglese, confronto a Londra

  1. Chiunque ha vissuto in Inghilterra leggendo un giornale avrà notato le differenze con la stampa italiana. La separazione tra articoli d’informazione e d’opinione, tra le news e la features section, tipica del modello inglese è forse la più nota ma non l’unica.
    Nei primi anni del XX secolo l’industria giornalistica inglese puntò su una diffusione di massa dei giornali, e sul passaggio dalle vendite alla pubblicità come principale fonte di finanziamento. L’accuratezza e la completezza delle informazioni furono cruciali per raggiungere un pubblico di massa, ma anche per affermare la credibilità di cui i giornali godono oggi.

    In Italia la forte politicizzazione della stampa, e un’industrializzazione guidata da imprenditori estranei all’editoria marginalizzò il tema dell’obiettività delle notizie, di cui si iniziò a parlare solo dalle contestazioni del 1968. I giornali italiani hanno inseguito più obiettivi politici che di mercato, e ancora oggi parte delle rivelazioni ritenute sconvolgenti sono raccolte in ambienti ufficiosi, diffuse come notizie e già pronte per essere smentite.

    Andrea Tancredi, giornalista freelance a Londra, “Modelli di giornalismo a confronto”
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/14/modelli-di-giornalismo-a-confronto/118120/

  2. C’è giornalismo sporco ovunque, però in Usa come in Uk c’è una reattività che in Italia non vedo. Da noi non c’è l’impunità. L’informazione riesce a svolgere una funzione di controllo e denuncia che contribuisce a mantenere ragionevolmente pulita la vita pubblica e a tutelare il funzionamento del sistema democratico.
    L’indipendenza di alcuni giornali, in Usa come in Uk è tutelata da fondazioni e da una miriade di altre organizzazioni. In questo modo si garantisce più di una presenza fuori dal coro. Un po’ quello che in Italia fa il Fatto Quotidiano, pagato solo dai lettori.

  3. Negli Stati Uniti moltissimi giornali hanno la rubrica “corrections” ed esiste perfino un blog, “Regret the error – Mistakes happen”, che raccoglie molti di quegli errori.
    C’è una sensibilità che non si può paragonare alla nostra. Negli Stati Uniti certi direttori di quotidiani italiani non sarebbero neanche giornalisti e certi editorialisti si occuperebbero solo della pubblicità. Non tanto per i buoni principi, ma perché così conviene da quelle parti.

  4. A proposito di carriera giornalistica, un’inchiesta svolta tra i praticanti delle redazioni ha rilevato che obiettivo principale era l’affermazione di sé, magari la celebrità. Parallelamente, la sottovalutazione dell’impatto sociale del proprio lavoro.

  5. Massimo D’Alema dice della stampa italiana: “In Italia la libertà di stampa non esiste. Tutti i giornali appartengono a gruppi del potere economico che li usano non per vendere, ma per attaccare o difendersi. Non per dare le notizia, ma per nasconderle”.
    “Berlusconi è l’apoteosi del conflitto di interesse. Ma pensate alla Fiat. Sta chiudendo tutte le sue fabbriche in Italia e nessuno lo scrive perché controllano La Stampa e il Corriere della Sera”.
    “Leggo poco i giornali. Sono fatti dai giornalisti. E siccome sono stato giornalista li conosco bene, ah, ah! Se stanno sotto il 70 per cento di bugie li considero dei giornali accettabili. Ma di solito stanno sopra, molto sopra, e perciò evito di leggerli”.
    “Tra le tante bugie che scrivono c’è anche quella che riguarda le loro vendite. In dieci anni, i principali giornali italiani a forza di scrivere bugie hanno dimezzato le vendite, ma siccome scrivono bugie, gonfiano i dati della vendite e scrivono ancora una volta il falso raddoppiandosele”.
    Cronaca di Pino Corrias dalla festa del Pd del 17 agosto a Taizzano frazione di Narni (Terni).
    Da Il Fatto Quotidiano del 23/8/13, p. 3.

  6. Segnalo “Mercanti di parole”, di Mario Guarino (Edizioni Dedalo, 2012)
    “Giornalisti asserviti ai poteri forti, giornali finanziati dallo Stato, editori che usano le proprie testate per interessi «extra» e le trasformano in «macchine del fango». Attraverso protagonisti, fatti e retroscena, il libro ripercorre lo stato dell’informazione dal Ventennio fascista ad oggi, passando per il dominio sulla stampa da parte della Dc, della Loggia P2 di Gelli e del berlusconismo, che da oltre vent’anni annovera centinaia di giornalisti a libro-paga. Dai «canguri» di Mussolini ai «servi del Cavaliere»: oggi come ieri, gran parte del Quarto potere – comprese Rai e Mediaset – manipola l’opinione pubblica e destabilizza la situazione sociale del Paese, piuttosto che agire da «cane da guardia» nei confronti di politica e finanza. Mercanti di parole esplora queste tematiche fino in fondo e lo fa presentando scoperte inedite”.
    http://www.edizionidedalo.it/site/collane-scheda-libro.php?products_id=3139&categories_id=87&attive=1

  7. Anche “Il potere della menzogna”, di Mario Guarino (Edizioni Dedalo, 2013)
    “La manipolazione dei fatti e della realtà avviene in ogni settore vitale della società: dalla politica all’informazione, dalla pubblicità alla scienza, dalla religione ai rapporti personali, vita sentimentale compresa. Ne siamo tutti protagonisti e al contempo vittime.”
    Capitolo 3: Informazione, addio? – L’ingannevole gioco delle parole – Giornalismo: «suicidio assistito».

  8. Il giornalismo è uno dei pilastri di ogni sistema democratico. Non esiste democrazia senza cittadini informati e non esistono cittadini informati senza un’informazione adeguata che provveda ad informarli.
    Come ha detto il politologo Giovanni Sartori: “se il potere elettorale è la garanzia meccanica del sistema democratico, la garanzia sostanziale è data dalle condizioni nelle quali l’elettorato, o per meglio dire l’opinione pubblica, fondamento sostantivo appunto della democrazia, si forma un’opinione. Opinione quest’ultima, che deve formarsi liberamente, giacché, qualora venisse in qualche modo imposta, si troverebbe ad inficiare lo svolgimento delle libere elezioni, che su questa opinione si fondano”.

  9. In merito alle configurazioni proprietarie della stampa, l’Italia si distingue per quella che è stata più volte sottolineata come l’anomalia italiana, ovvero la presenza maggioritaria di editori non puri, aventi cioè i loro interessi principali in altri settori d’attività economica, estranei al mondo dell’informazione.
    Specularmente, peculiarità del tutto inglese, invece, è l’affidamento della gestione dell’impresa editoriale a soggetti terzi rispetto alla proprietà, con l’intento esplicito di tutelare prima di tutto l’indipendenza del giornale. È il caso del quotidiano The Guardian e del foglio gemello domenicale The Observer, di proprietà dello Scott Trust, una fondazione senza scopo di lucro che si prefigge di salvaguardare l’indipendenza editoriale del giornale e, del pari, la gestione finanziaria, in modo tale da evitare che qualsiasi scalata esterna ne pregiudichi, appunto, l’indipendenza.
    Lo stesso intento è alla base dello statuto della proprietà di un altro foglio, il settimanale The Economist, statuto secondo il quale a nessun individuo o organizzazione è permesso il raggiungimento della maggioranza delle azioni della compagnia. Infine in Gran Bretagna, e proprio nel settore editoriale, è stato sviluppato ad opera della Reuters, una delle agenzia di stampa più grandi del mondo, il concetto di Azionista Speciale372. Al fine di rafforzare il principio d’indipendenza e di mantenere l’impegno affinché la Reuters conservi il suo primato sul mercato dell’informazione, in seguito alla quotazione in Borsa della società, avvenuta nel 1984, si decise di affidare ad una nuova società, la Reuters Founders Share Company Limited, un’azione speciale, del valore simbolico di una sterlina ed esente da diritti patrimoniali, che desse diritto al suo possessore di esercitare una sorta di “potere speciale”, ovvero di esprimere il numero di voti necessari a contrastare tentativi di scalate ostili.

  10. Marco Travaglio, Il Fatto quotidiano, 8/12/13
    “Se nascesse una rassegna stampa ragionata, con smentite incorporate, di ciò che di falso riescono (e sono già riusciti) a vomitare i giornali e le tv di regime contro 150 e più parlamentari (5Stelle, ndr) eletti dal popolo (con voti veri, non con premi di maggioranza porcellosi e incostituzionali) che non rubano, non mafiano, non scalano banche, non scassinano la Costituzione anzi la difendono, ne potrebbe venir fuori un’ottima tesi di laurea sullo stato dell’informazione in Italia.
    Uno scatenamento di bugie, calunnie, diffamazioni e invenzioni che non ha eguali in Europa e che si può spiegare soltanto con il maremoto che l’irruzione di quel movimento postideologico e antisistema ha provocato nelle acque stagnanti del bipolarismo all’italiana, o meglio nella sua proiezione giornalistica. Dove per decenni si sono fronteggiate una stampa di destra e una di sinistra, entrambe embedded che scambiano per “libera informazione” le loro guerricciole combattute per conto terzi. Per la stampa di sinistra, la destra ha sempre torto perché è di destra. Per la stampa di destra, la sinistra ha sempre torto perchè è di sinistra. Gli scandali della sinistra escono solo sulla stampa di destra, che consideragli scandali della destra come Chanel n. 5. (…)
    Poi, certo, c’è la stampa cosiddetta “indipendente” (Corriere e Sole24Ore, ndr) quella che sta sempre dalla parte del governo, di qualunque colore esso sia, e passa il suo tempo a bastonare le opposizioni.
    In questa parodia di dialettica democratica, che in realtà è la prosecuzione della partitocrazia con altri mezzi, chi non s’intruppa né di qua né di là e mantiene posizioni critiche nei confronti di chiunque lo meriti, o viene intruppato a destra e a sinistra a seconda delle circostanze; oppure prende botte da tutte le parti perché non si riesce a irreggimentarlo”.

  11. OSCAR GIANNINO su giornalisti e direttori
    L’informazione economico-finanziaria che ho imparato a conoscere nei decenni non è sprovvista di nozioni basilari e di dedizione ai fatti (…) Non facciamo gli ingenui. NON è il giornalista a decidere titolo, taglio e tono dei pezzi, cioè tutto ciò che costituisce premessa e contorno necessario per aderire e rilanciare la mistificazione delle parole, rispetto alle cose e ai fatti veri.

    I media – quelli tradizionali, non parlo dei social network – sono quanto di più vicino alla monarchia assoluta resti nel consorzio civile moderno. E’ un giornalista particolare cioè il direttore a decidere e a dire, e più spesso a far capire senza dirlo esplicitamente ai suoi giornalisti, che bisogna darsi da fare …

    http://www.leoniblog.it/2014/02/10/risposta-a-cuneo-e-arrigo-linformazione-economica-mistificata-alligna-perche-in-italia-troppi-grandi-privati-sono-collusi/

  12. “Uno degli sport preferiti dal giornalismo italiano è quello del condannare la pagliuzza e tollerare la trave. È così da sempre, e viene particolarmente bene quando c’è di mezzo il Movimento 5 Stelle (…)
    L’informazione, deliberatamente presta attenzione al dettaglio e sorvola su eventi appena più rilevanti: i condoni alle slot machine, i miliardi di soldi pubblici regalati alle banche private o spesi per comprare gli F-35, gli assalti alla Costituzione, le bugie di Renzi, il no a Gratteri, eccetera. Pur di salvare l’apparenza (che è certo sostanza), buona parte del giornalismo italiano stigmatizza non tanto il funerale della politica quanto il fatto che al funerale c’è gente che non indossa la cravatta. UN PO’ COME essere a bordo del Titanic e prendersela non perché la nave va a picco, ma per la musica bruttina dell’orchestra.
    Se solo il giornalismo avesse speso negli ultimi vent’anni un decimo dell’impegno che mette nel dare la caccia al grillino che sbaglia una virgola, forse l’Italia non sarebbe spiaggiata nella mestizia attuale”.

    “Il nostro sport preferito: bastona la pagliuzza, ma tollera la trave” di Andrea Scanzi, il Fatto Quotidiano, p.18, 27/2/14.

  13. Giornali italiani? Fotocopie. Marco Travaglio (Il Fatto, 30-3-14): “Nel film “È già ieri” del 2004, Antonio Albanese interpreta un divulgatore televisivo condannato a svegliarsi ogni mattina e a rivivere esattamente ciò che aveva vissuto il giorno prima. Stesso destino tocca agli italiani che leggono i giornali o guardano i telegiornali: qualunque notizia o annuncio lascia addosso la fastidiosa sensazione di averlo già visto, letto o sentito.
    Il Corriere titola: “Stretta sui manager pubblici. Dal 1° aprile taglio agli stipendi”.
    E Repubblica: “Da aprile tetto agli stipendi dei manager”.
    E La Stampa: “Arriva la stretta sui manager di Stato”.
    E l’Unità: “Ecco il ‘tetto’ agli stipendi dei manager pubblici”.
    Retrogusto di déjà vu. Infatti il 31-21-2012, regnante Monti, Repubblica avvertiva: “Manager pubblici, tetto agli stipendi senza deroghe. Retribuzioni non oltre i 310 mila euro”. E il 29-2-2012 il Corriere comunicava: “Maxi stipendi dei manager, tetto sui contratti futuri”. Quale sarebbe dunque il tetto di Renzi ai manager già sottoposti al tetto di Monti? Un tetto sul tetto? Un sottotetto mansardato? Un soppalco? Mistero.”

  14. “Nemmeno in Corea del Nord c’è tanta piaggeria, anzi appecoronamento, come tra i giornalisti di Venezia nei confronti delle star. In Corea però se non ti appecoroni, ti estirpano i reni, a Venezia non era minacciata l’incolumità”.
    Stefano Disegni, da “Una settimana allo zoo di Venezia” FQ 9-14

  15. Massimo Fini ha scritto su FQ che: “QUASI TUTTO il giornalismo italiano è addomesticato. Da quando Renzi è premier avrà fatto un centinaio di conferenze stampa. Ma perché gli venisse posta, vis-à-vis, una domanda seria abbiamo dovuto aspettare un collega tedesco, Michael Braun della Die Tageszeitung, che gli ha detto: “Noi abbiamo un problema a spiegare perché un condannato in via definitiva scriva la Costituzione italiana”.

  16. PIERLUIGI MAGNASCHI, ex direttore Ansa
    Oldani, pur risiedendo a Roma da tempo immemorabile, non è un giornalista che vive nel recinto dei due chilometri quadrati del centro di Roma che, non a caso, vanta la più alta concentrazione di giornalisti del mondo. Tutti a seguire le stesse cose. Tutti a ruminare gli stessi fatti. Tutti aggiornati sul nulla che è successo non oltre due ore prima.
    La loro memoria non contempla di poter tornare indietro, non di anni, ma neanche di una settimana. E, per loro, il futuro è un’ipotesi che non merita attenzione. Da lasciare agli aruspici. Oldani invece è un giornalista che studia, osserva, analizza, collega, mette gli eventi e le cifre in uno scenario con un capo e una coda. Le notizie, per lui, non sono stelle filanti, ognuna della quali sembra partire a caso e sembra andare verso il nulla, attraverso una direzione che non si sa anticipare o anche solo descrivere.
    Tuttavia, nonostante sia uno studioso, Oldani non è un saggista. Non scrive calligraficamente, in modo appesantito e compiaciuto. I suoi pezzi non li scrive per la cattedra (che pure meriterebbe ad abundantiam), ma solo per i suoi lettori. Ai quali, con 5-6 minuti di lettura (da parte loro), fornisce il risultato di sei-sette ore di ricerche e di quarant’anni di lavoro scientifico e giornalistico esemplare. I suoi articoli quindi sono un solido valore aggiunto.
    ItaliaOggi, Venerdì 24 Ottobre 2014

  17. Giornali, informazione e sentenze
    Come accaduto per la sentenza di primo grado, certi giornalisti continuano a fingere di ignorare qual era l’accusa: nessuno ha sostenuto che i terremoti si possano prevedere. E proprio perché non si può prevedere che ci saranno, non si può neppure prevedere che non ci saranno. Quindi ogni forma di rassicurazione è senza fondamento. Eppure, anche in questa tragedia si insinua il solito gioco delle parti: pro/contro la magistratura, pro/contro il governo.
    – Il Foglio: “Cancellata la sentenza ridicola che condannava i ‘colpevoli’ di non aver indovinato la data e il luogo in cui sarebbe avvenuto il terremoto”.
    – Il Giornale: “L’Aquila, sisma imprevedibile”.
    – Libero : “Non previdero il sisma: assolti. Ora chi paga?”, “I terremoti non si possono prevedere”.
    – Repubblica : “Assolti gli esperti che non diedero l’allarme”.
    – Corriere : “Non rassicurarono i cittadini. Assolti tutti gli scienziati”,

  18. Giornalismo inglese – Al Daily Telegraph comandano gli inserzionisti

    Caterina Soffici (FQ 19/2/15)
    Londra – Peter Oborne era il capo dei notisti politici del Daily Telegraph, uno dei più importanti editorialisti del quotidiano conservatore britannico. Lunedì sera si è fragorosamente dimesso, lanciando pesantissime accuse contro la direzione della testata: ha nascosto e censurato le notizie sulla banca Hsbc, finita al centro dello scandalo Swissleaks, per non perdere la pubblicità.
    “Una frode nei confronti dei lettori” l’ha definita il giornalista, che ha raccontato tutta la storia, fatta di censure e pressioni, in un lungo articolo sul sito indipendente di Open Democracy.
    Cosa è successo? Vari episodi.
    LA GOCCIA che ha fatto traboccare il vaso è stata la mancata copertura data dal Daily Telegraph dello scandalo Swissleaks. Quando un paio di settimane fa sul Guardian per primo e poi su tutti i giornali britannici si davano intere pagine all’inchiesta giornalistica partita dalla lista di Hervé Falciani contenente oltre 100 mila clienti, il Telegraph il primo giorno non pubblicava niente, il secondo relegava la notizia in fondo alla pagina.
    Il giornalista racconta che un pezzo sulla Hsbc prima è stato pubblicato online, poi rimosso e poi misteriosamente scomparso. Tempo fa un suo articolo sui conti di alcuni facoltosi musulmani presso la Hsbc non è mai stato pubblicato. Oborne racconta che già due anni fa la Hsbc aveva tolto la pubblicità al Telegraph dopo la pubblicazione di un altro scandalo, e quella volta riguardava i conti di alcuni cittadini britannici nell’isola di Jersey (luogo per eccellenza dell’elusione fiscale).
    Una pressione diretta talmente forte che all’interno del giornale veniva definito “l’inserzionista che non ci si può permettere di offendere”.
    Le accuse di Oborne contro la direzione e la proprietà del giornale (i fratelli Barclays) sono eticamente molto pesanti. Parla di “frode nei confronti dei lettori”, perché “gli interessi di una grande banca internazionale sono stati messi avanti al dovere di dare le notizie ai lettori”.
    Se i quotidiani permettono alle multinazionali di influenzare i loro contenuti per paura di perdere pubblicità, dice Oborne, la democrazia stessa è in pericolo. Per concludere la giornata nel peggiore dei modi, ieri il Telegraph ha rimosso dal suo sito i commenti di scherno e di accuse. E questa nuova, piccola censura, ha scatenato ulteriormente le polemiche sul web.

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