Internet al servizio della Primavera Araba

di - 25 gennaio 2012
Donne Primavera araba

I nuovi mezzi di comunicazione hanno soppiantato l’informazione dall’alto.

È questa la comunicazione del terzo millennio: dalla gente per la gente.

 

Internet al servizio della Primavera Araba

Sicuramente il 2011 sarà ricordato nella storia, come l’anno delle rivoluzioni che hanno sconvolto il mondo arabo, caratterizzato dalle restrizioni che sembravano accontentare la popolazione, almeno quella maschile. Il fuoco, invece, covava sotto la cenere dell’apparenza e del quieto vivere. Un vento che ha soffiato con forza dal dicembre del 2010, quando in Tunisia dove un ambulante, dandosi fuoco, ha acceso la rivolta estesasi in tutto il paese e coinvolgendo vari stati arabi del nord africa e del Medio oriente: Egitto, Algeria, Siria, Libia, Bahrein, Tunisia, Yemen, Giordania, Gibuti, Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Iran, Marocco, Kuwait.

Un’insieme di proteste che variano da Paese a Paese, che si differenziano per richieste, per problematiche, anche se in tutti si chiede più libertà, più giustizia, ma che hanno in comune la stessa tecnica di resistenza civile quali le manifestazioni, i cortei, le marce, gli scioperi, la disobbedienza civile, a volte anche attraverso gesti estremi quali suicidi che vengono definiti immolazioni.

Una protesta, quella araba che non ha avuto un reale regista, non è stata organizzata da partiti o organizzazioni, ma ha portato nelle piazze e nelle vie delle città, migliaia di giovani, che autonomamente sono scesi in piazza richiamati da un tam tam che ha preso vita attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, quali internet, che è saltato da cellulare a cellulare, da pc a pc, da social network a social network, per invitare le persone a protestare contro i regimi autoritari, contro la corruzione, contro quei regimi che hanno dissanguato la popolazione e portato il popolo alla fame.

Alcune proteste hanno causato le dimissioni dei Primi ministri del governo, con i successori pronti a cambiare politica, almeno apparentemente, come sta capitando in Algeria, dove la popolazione cerca ancora delle risposte per poter assicurare un cambiamento, come afferma Boulem Sansal, scrittore algerino, che rimane in patria proprio per poter aiutare i giovani a rivoluzionare l’intero sistema algerino.

Oppure come in Tunisia, primo stato coinvolto nelle manifestazioni, che si ritrova ad affrontare le sue prime elezioni, a cui sono chiamati tutti i cittadini, per formare un governo di cambiamento, che riesca a migliorare la situazione del paese.

Altre proteste hanno causato la caduta dei governi, come in Egitto, dove Mubarak è stato deposto e il suo posto preso da un nuovo governo.

Oppure hanno causato la guerra civile, come in Libia, dove il governo di Gheddafi è stato deposto con le armi, arrivando fino all’esecuzione del dittatore.

In alcuni paesi, come in Arabia Saudita, alcuni cambiamenti sono avvenuti tramite proteste che prima hanno provocato la reazione del governo, ma successivamente, anche in funzione delle altre mobilitazioni nei paesi arabi, hanno raggiunto un effetto di apertura e piccolo rinnovamento, come il voto alle donne e la possibilità, per le stesse, di potersi muovere più liberamente all’interno del paese.

E poi ci sono quei paesi quali la Siria, che continuano a reprimere con violenza e atrocità le proteste pacifiche di chi, è sceso in piazza, per chiedere giustizia, fine della corruzione di chi risiede al governo, fine dell’egemonia di un clan che passa il potere di padre in figlio, come se la Repubblica fosse una monarchia assoluta e con diritto di successione. In questo caso la protesta siriana è quella che più miete vittime, oltre naturalmente alla guerra civile libica. Ma sicuramente è la protesta che ha atteso a lungo prima di contrastare attivamente il governo.

Proteste che sono caratterizzate da un nuovo modo di comunicazione che viaggia inesorabilmente attraverso la rete delle reti: Internet.

È proprio grazie alle nuove tecnologie che i giovani manifestanti hanno potuto mantenere i contatti e organizzarsi per scendere in piazza, soprattutto in quei paesi dove il diritto di associazione è mera illusione, oppure dove i governi hanno cercato per anni, di oscurare i rapporti con altri paesi, mantenendo una politica di assolutismo e autocrazia.

In quei Paesi, dove le notizie vengono filtrate dal governo, dove la libertà di parola è abrogata, dove i giornalisti devono sottostare alle direttive dirigenziali governative, la libertà l’ha regalata proprio Internet.
Siti come YouTube, hanno permesso di trasmettere i video delle manifestazioni che si sono svolte in vari paesi, scambiando informazioni e, nei casi peggiori le repressioni che hanno causato la morte di chi protestava.
Oppure social network come Twitter che ha permesso ai manifestanti di restare in contatto con chi protestava in città diverse e di dare notizie su ciò che accadeva, anche se la tv di Stato ignorava le notizie, affermando che l’esercito contrastava delle bande armate non ben specificate.

Sempre grazie alla rete è stato possibile diffondere anche gli attacchi subito dalle manifestazioni da parte dei soldati, o le violenze visibili sui corpi delle persone riconsegnate per la sepoltura, oppure la scoperta delle fosse comuni, come le dichiarazioni di chi è stato arrestato e poi liberato, ma che ha subito comunque soprusi.

Tutto è passato attraverso la rete, tutto ha fatto il giro del mondo grazie ad Internet, ai cellulare, alle connessioni, ai mezzi utilizzati per la repressione, ai messaggi di aiuto.

Singolare la protesta delle giovani donne dell’Arabia Saudita, costretta dalle leggi della monarchia a uscire sempre accompagnate da un familiare maschio. Lo stesso accade se devono andare dal dottore, a fare la spesa, andare a prendere i figli a scuola. A loro viene negata anche la possibilità di guidare le automobili.
Le donne, per protestare, hanno cominciato a farlo, facendosi riprendere e mettendo i video su Internet. La protesta si è sparsa velocemente, tanto che a farlo, sono state molte donne, il cui sorriso appariva attraverso il velo. Nonostante la prigione, le frustrate inflitte alle donne per punizione, la protesta è andata avanti, fino a quando il re saudita ha deciso di concedere qualcosa alle donne del suo Paese, qualcosa che andava ben oltre le loro richieste. Adesso esse possono votare e presentarsi alle elezioni e dopo la sospensione della condanna a 20 frustate di una donna, trovata al volante di un’auto, sicuramente qualcosa sta cambiando.
Gradualmente, certo, per timore che esplodano anche in Arabia Saudita le violente rivolte che hanno caratterizzato la “primavera araba”, ma sicuramente l’apertura della monarchia è qualcosa di importante.

La rete e i nuovi mezzi di comunicazione, hanno soppiantato la vecchia comunicazione consueta rivolgendo l’attenzione ad un modo di comunicare che permette di arrivare in tutto il mondo ed è difficile da oscurare. È questa la comunicazione del terzo millennio, questo il futuro di chi vorrà diffondere notizie e informazioni.

Teresa Corallo

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- Redazione

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Commento

  1. Again69

    28 gennaio 2012 at 18:16

    Twitter: la ragione dei soldi e polemiche in Rete
    Per avere più finanziamenti Twitter deve diventare più grande. E per diventare più grande deve comprendere anche la Cina. Per essere accettata in Cina, deve accettare la censura del regime.
    Così Twitter, che si era guadagnata la patente di strumento democratico e che aveva dimostrato la forza dei social network durante la primavera araba, si piega alla ragione dei soldi.

    Jack Dorsey, Ceo di Twitter ha annunciato attraverso il blog aziendale che d’ora in poi potrà censurare un tweet il cui contenuto sarà ritenuto lesivo da parte delle autorità del Paese in questione, sulla falsariga di quanto Google ha fatto in passato, oscurando in alcuni paesi le ricerche sgradite.
    All’utente censurato verrà inviato un messaggio che spiega l’infrazione. Il messaggio tuttavia sarà visibile in altri Stati dove l’argomento del commento non è proibito.
    Insomma: non tutto è perduto e basta una triangolazione…

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