Real-time journalism, il futuro della notizia

di - 14 ottobre 2013
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Tra le sfide più eccitanti del giornalismo contemporaneo c’è la velocità, il rapporto coi social media e la rilevanza verso il proprio pubblico. In una parola: Twitter.

 

“Guerra lampo con un tweet”

Tra le sfide più eccitanti del giornalismo contemporaneo c’è la velocità, il rapporto coi social media e la rilevanza verso il proprio pubblico. Così scrive Lillo Montalto Monella nel suo libro “Real-Time Journalism. Il futuro della notizia tra liveblog e coinvolgimento.
La segnalazione ce la offre l’articolo “Guerra lampo con un tweet”, di Carola Frediani, che su L’Espresso di questa settimana fa una ricognizione in libreria sul fenomeno tweet.
Il discorso parte da “Blitzkrieg Tweet. Come farsi esplodere in rete” (AgenziaX, 2013), che è sia un manuale pratico d’azione per orientarsi su Twitter, sia una sorta di pamphlet filosofico su come i tweet e la Rete stiano cambiando l’informazione.
L’autore è Francesco De Collibus, uno degli autori del famoso blog satirico Spinoza.it. Un laureato in filosofia e in informatica, che di giorno lavora in Ibm e di notte scrive battute al vetriolo.

La tesi di De Collibus è che le dinamiche messe in atto dai social media e in particolare dalla piattaforma di Twitter si configurino come “guerre lampo”, fatte di attacchi fulminei, esattamente come la strategia tedesca adottata nella Seconda guerra mondiale puntava sulla rapidità delle comunicazioni e la fluidità dei reparti corazzati. E una mobilità contro la quale le fortificazioni della linea Maginot, oggi rappresentata dai vecchi modi di intendere la comunicazione, non potevano che capitolare. 

andy_carvin-citizen-journalistL’uomo che twitta le rivoluzioni

Sebbene lo spazio dei 140 caratteri si presti alla battuta a effetto, Twitter può anche essere veicolo efficace di contenuti estremamente seri e complessi. Come ha dimostrato Andy Carvin, social media strategist della radio americana NPR, che ha raccontato la Primavera araba attraverso i contenuti segnalati dagli utenti.
Nei giorni caldi delle proteste di Piazza Tahrir del 2011, il giornalista scriveva o rilanciava oltre mille tweet al giorno, con ritmi stacanovisti di 18 ore di lavoro. Ma il punto non era tanto la quantità delle informazioni che partivano dal suo account, bensì la loro qualità, ottenuta con la scelta delle fonti e la loro continua verifica. Quest’ultima spesso avveniva coinvolgendo gli altri utenti collegati. Carvin, che è stato soprannominato “l’uomo che twitta le rivoluzioni”, ha quindi condensato quei mesi concitati in un libro, “Distant witness: social media, the arab spring and a journalism revolution” (CUNY Journalism Press, 2013), dal quale emerge come il fatto di essere “distante” dai luoghi raccontati, contrariamente alla vulgata che vuole il giornalista in loco, non sia necessariamente un limite. Almeno finché riesce a introdurre un ulteriore livello di informazione. «Quando lavoro da lontano riesco a filtrare maggiori volumi informativi da molte più fonti e posti in contemporanea. E spesso ciò mi dà un quadro più vasto di quello che sta avvenendo, consentendomi di parlare con molte più persone. È dunque un diverso tipo di giornalismo, utile in certi contesti», spiega Carvin a l’Espresso. (…) 
«La rapidità con cui si ricevono notizie su Twitter è incredibilmente preziosa, ma questo non vuol dire che bisogna riferirle subito. Si possono fare errori. Per questo quando rilancio notizie non accertate chiedo sempre quale sia la fonte e se altri possono confermare», spiega Carvin: «L’obiettivo principale è determinare il contesto dell’informazione ricevuta, che si tratti di un video, di una foto o di un tweet. Ad esempio i filmati sono spesso al centro di errori di condivisione, anche in buona fede: magari si tratta di un vero attacco missilistico, ma avvenuto due anni prima, e in un altro luogo. Allora chiedo ai miei seguaci su Twitter di aiutarmi a identificare un filmato, se l’hanno già visto, se contiene dettagli significativi».

 

Te la do io la notizia!”

Il contributo degli utenti nella verifica delle fonti è sottolineato anche da Angelo Cimarosti, che nel 2008 ha cofondato YouReporter, piattaforma di video user generated che in pochi anni ha raccolto 65 mila iscritti e oltre 400 mila contributi. Molti di questi, come racconta il giornalista nel libro “Te la do io la notizia!” (Mursia, 2013), sono finiti sulle tv nazionali e internazionali, a partire dallo scoop sulla Costa Concordia.

Recensione  cura di L. Ferraris da  “Guerra lampo con un tweet”
(Carola Frediani, L’Espresso n. 41/2013, p. 114-117)


 

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3 Comments

  1. Torino78

    14 ottobre 2013 at 12:18

    Twitter secondo Eugenio Scalfari: «Segnalerò quindi i fatti principali cercando di darne un’interpretazione in linguaggio Twitter». Segue un tweet di 11.700 caratteri
    (Eugenio Scalfari, su Repubblica, 13/10/13).

  2. 1000euro

    19 ottobre 2013 at 13:04

    Informazione in tempo reale è anche questo: la diretta video della manifestazione a Roma, con la diretta streaming di Repubblica.it.

  3. Virgilio (?_?)

    26 ottobre 2013 at 06:32

    L’intercettatore intercettato (in treno)
    New York. L’ex direttore di Nsa e Cia a bordo di un treno diretto a New York, ha pensato bene di tenersi occupato con un po’ di telefonate. Peccato gli fosse sfuggita la presenza, un paio di posti più in là, di Tom Matzzie, ex direttore della potente organizzazione progressista Move.o rg , vicina a Obama e sempre molto critica nei confronti di attività che possano violare la privacy dei cittadini.
    Matzzie, dunque, non ha dovuto far altro che “allungare l’orecchio” e ascoltare i passaggi succosi di quelle conversazioni che dovevano essere “confidenziali”, ma che tali non sono rimaste. L’attivista di Move. org ha iniziato, immediatamente, a rendere pubbliche via Twitter le informazioni che Hayden stava rilasciando nelle sue telefonate, scrivendo: “Mi sento come se fossi alla Nsa. Solo che sono in pubblico”.
    Il tutto è proseguito fino a quando Hayden ha ricevuto una telefonata da qualcuno che lo avvertiva dell’accaduto e, interrotta la telefonata, non ha potuto far altro che avvicinarsi al suo “spione” per offrirgli un’intervista. “Ma io non sono un giornalista”, ha precisato il membro di Move.org che, però, ha riferito di aver avuto una chiacchierata interessante con la sua “vittima inconsapevole”. Happy ending finale: i due si sono fatti una foto insieme. “Spaventosa”, ha poi definito Matzzie l’azione dell’intelligence, scherzando sulla rapidità con cui il suo “reportage” era stato scoperto.
    Da Angela Vitaliano, FQ, 26/10/13

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