Redazioni da rottamare

di - 2 ottobre 2011
impresa-editoriale

Redazioni da rottamare sono quelle che non hanno alcuna proporzione tra giornalisti in redazione e lettori, e vivono solo grazie alla Legge per il finanziamento pubblico all’editoria.

Ecco tre casi, secondo i loro dati di bilancio e di diffusione in edicola. Quello che colpisce è la sproporzione tra il numero di addetti e il numero dei loro lettori.
Dato che che sono lontani i tempi in cui ci si poteva far scudo alle critiche chiamando in causa il pluralismo, sarebbe il caso di cambiare la Legge sui contributi, se non abolirla, come chiedono in molti.

Quotidiano A:  
   – 40 addetti in organico, 3.000 copie.
   – contributi pubblici per 2,4 milioni l’anno,
   – contributi per addetto: 60.000 euro (2,4 ml /40 addetti).

Quotidiano B:
   – 29 addetti in organico, 6.700 copie
   – contributi pubblici per 3,4 milioni l’anno,
   – contributi per addetto: 117.000.

Quotidiano C:
   – 4 addetti in organico, o (zero) copie in edicola, alcune centinaia a distribuzione diretta.
   – contributi pubblici per 0,6 milioni l’anno,
   – contributi per addetto: 150.000.

I contributi pubblici all’editoria in origine furono deliberati per compensare un balzo dei costi di invio postale, all’epoca della  formale privatizzazione delle Poste e per contenere i costi della carta (infatti si applicano solo alla carta fornita in bobine, per le rotative).
Nonostante queste buone intenzioni iniziali, oggi alimentano redazioni che di giornalistico hanno poco,  visto il numero dei loro lettori.

Link:
 – Contributi erogati alla stampa, alle radio, alle TV – dati aggiornati al 30 aprile 2010.
– Ultimi dati Ads, Accertamento Diffusione Stampa (giugno 2011).
– Elenco di testate a scarsa diffusione

 Antonio Salvati & staff

fannulloni

 

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- Redazione

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4 Comments

  1. Mario Testa

    2 ottobre 2011 at 08:53

    Una ricerca del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford è assai interessante, perché dimostra – se ce ne fosse bisogno – che i finanziamenti statali ai giornali sono uno spreco. Non servono a sostenere la democrazia e la libertà di informazione, ma a drogare il mercato, tenendo in vita testate inesistenti e a elargire favori e prebende ad amici e affiliati e scrocconi di Stato. (…)

    “Praticamente possiamo dire che non c’è nessuna speranza di poter invertire il declino della diffusione dei giornali distribuendo sussidi e sovvenzioni” conclude la ricerca, che tra l’altro sfata un altro mito: la diffusione di Internet non è tra le cause del calo della carta stampata. Così come la televisione non ha ucciso la radio, come si credeva, così non sarà il web a uccidere la carta stampata. Infatti, sempre la stessa ricerca, mostra come nei paesi dove è alta la diffusione dei giornali online è alta anche quella cartacea. Ancora una volta si continua a sostenere il passato (tutti i sistemi di finanziamento confrontati risalgono agli anni Settanta, sono quindi forme antiquate) e non si guarda al futuro (Internet e web).

    Caterina Soffici, Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2011

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/15/contributi-ai-giornali-soldi-buttati/157447/

  2. Mario Testa

    2 ottobre 2011 at 09:16

    Altre due buone segnalazioni in tema:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/02/il-porcellum-dei-contributi-all%E2%80%99editoria/66986/

    e questa http://artaut.splinder.com/post/17363346/finanziamenti-pubblici-ai-quotidiani-le-quote, che sintetizzo sotto.

    In Italia, unico paese al mondo, vengono erogati dallo Stato finanziamenti a tutti i giornali. Qualsiasi giornale, dal Corriere della Sera fino all’ultima Gazzetta, usufruisce di questi benefici. Questi fondi sono una sorta di risarcimento che lo Stato offre ai quotidiani, i quali non godono di un’importante quota di pubblicità che negli altri paesi i quotidiani hanno di diritto.

    In Europa la pubblicità può essere assorbita dalla televisione fino ad un massimo del 30% rispetto al totale. L’altro 70% è diviso tra giornali, circa 60%, e radio. In Italia non c’è questo tetto massimo per le tv che si accaparrano una grandissima quota di pubblicità lasciando solo gli spiccioli ai giornali, circa il 30%. I nostri giornali incassano quindi la metà rispetto ai concorrenti stranieri, l’altra metà è risarcita tramite le nostre tasse. Una perfetta quadratura di bilancio.

    La soluzione a questa situazione ci sarebbe: basterrebe fissare anche in Italia il tetto massimo per la tv. In questo modo i quotidiani verrebbero inondati di nuovi introiti pubblicitari e non ci sarebbe più bisogno di ricorrere ai finanziamenti statali.

    Apriamo un altro capitolo e parliamo dei fondi all’editoria di partito. Il Riformista e Libero sono due giornali di partiti che non esistono. Il Riformista è organo del partito “Le ragioni del Socialismo”, una rivista di Emanuele Macaluso, ma un partito inesistente nel nostro Parlamento. Il Riformista vende 3000 copie al giorno, in qualunque paese del mondo il quotidiano di Polito scomparirebbe, nel nostro sopravvive grazie ai soldi dei finanziamenti. Libero è un quotidiano organo del Partito Monarchico che in Parlamento non esiste. Bene, anche il quotidiano di Feltri, mascherato da giornale di partito, è finanziato coi nostri soldi pur essendo organo di un partito inesistente.
    Questa è la situazione della nostra stampa quotidiana. Senza i finanziamenti all’editoria molti quotidiani scomparirebbero dalla faccia della terra e con essi anche il pluralismo informativo. Bisogna scegliere il minore dei mali..

  3. Mico71

    6 ottobre 2011 at 08:27

    Secondo il blog di Gennaro Carotenuto, GIORNALISMO PARTECIPATIVO, il Riformista di Antonio Polito (uno che sta sempre in tv), vende solo 2.000 copie e così scrive:
    “Duemila copie sono veramente un’inezia (la newsletter di questo sito ha più abbonati) per giustificare i 2.2 milioni (4 miliardi e mezzo di lire) di finanziamento pubblico, pari a 1.100 (MILLECENTO) EURO per ogni lettore, e pari a quasi 4 (QUATTRO) EURO per ogni singola copia venduta.
    Avete capito bene, quando vedete in giro (ma quando mai?) qualcuno con una copia de Il Riformista in mano, sappiate che, oltre all’Euro che il tipo ha pagato al giornalaio, altri QUATTRO Euro li paghiamo con le nostre tasse direttamente a Il Riformista (Riformista dde che?).
    Tra l’altro lavorando al Riformista una quindicina di persone e considerando che i costi vivi siano coperti in edicola, verrebbe la bella media di 150.000 €uro procapite. In media quindi. E quanto guadagna il simpatico (sic) direttore “né destra né sinistra”? Perchè il direttore di un giornalucolo di poche pagine e che nessuno compra deve guadagnare decine di migliaia di Euro al mese?”

    http://www.gennarocarotenuto.it/2288-il-riformista-due-conti-in-tasca-ad-antonio-polito-ogni-singola-copia-che-vende-ci-costa-quattro-euro-di-tasse/

  4. MoM

    7 ottobre 2011 at 17:04

    Il prof Gennaro Carotenuto ha ragione nei fatti, ma sbaglia le divisioni.
    Certo che se Polito veramente stampa o vende solo 2.000 copie del suo “Riformista” (meno del mio parroco!)… perché lo chiamano come opinionista in TV?

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