Si può vivere bene da scrittori, anche in Italia. Parola di…

di - 4 giugno 2014
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«Una cosa mi sembra evidente: scrivere libri è meglio che lavorare, tanto per parafrasare quello che i giornalisti dicono di sé». Parola di Renato Di Lorenzo, uno che di libri di successo se ne intende.

Dopo una buona serie di bestseller, Renato Di Lorenzo riflette sulla sua esperienza di autore di successo e ha pubblicato un testo per chi ama la scrittura, con qualche ambizione: “Scrivete un best seller”. 
Di Lorenzo ha scritto un manuale dedicato a chi sogna un successo editoriale  e magari di vivere di scrittura (conti alla mano). Tanto più che un contratto con una libreria online, come Amazon, si realizza in un giorno (senza editore e altre complicazioni).

Il volume Scrivete un best seller ormai è esaurito, anche presso l’editore, ma l’introduzione è online e merita di essere letta, tutta d’un fiato. Eccovela, così ci si rende conto che le cose non sono come le immaginiamo.

 

Perché scrivere?

Se ci pensate bene, i miei otto libri di finanza, tutti pubblicati da il Sole 24 ORE e tutti best seller, sono stati scritti con un solo tema in mente. Cioè trovare il modo di liberarsi dai vincoli che ognuno in un modo o nell’altro deve sopportare quotidianamente: il capo sul lavoro, le autorità che abbondano e spesso sono lì per far rispettare leggi e regolamenti che nessuno conosce magari vecchie di oltre mezzo secolo, insopportabili assemblee di condominio, etc. etc. Questo in fondo è anche il tema del mio primo romanzo, L’Assalto, pubblicato da Mondadori: affrancarsi ed essere liberi.
Ma ci sono altre vie? Ci sono modi per liberarsi da tutti i lacci e lacciuoli che vi impediscono, per così dire, di spiccare il volo, di lavorare per voi stessi e per la vostra soddisfazione? Sì, ci sono. Uno di questi è scrivere un best seller. (“Riuscendoci…” direte voi. Aspettate prima di correre alle conclusioni).

 

Facciamo due conti

Un libro, diciamo che ha un prezzo di copertina di € 14,00 che, al netto del’IVA al 4%, fa € 13,46. All’autore normalmente viene corrisposto il 10% del prezzo di copertina al netto dell’IVA, cioè € 1,346, ma gli viene operata una ritenuta d’acconto del 20% sul 75% di tale importo, e quindi al netto incassa € 1,1441 a libro; questa cifra la possiamo in media considerare al netto delle imposte, salvo situazioni patrimoniali particolari dell’autore.

Dunque se voi scrivete un libro all’anno, il libro è buono, viene pubblicato, e vende diciamo 20.000 copie, l’autore guadagna all’anno, netto imposte, € 28.820, cioè circa 56 milioni l’anno di vecchie lire netto imposte. Questo equivale, più o meno, ad una retribuzione lorda da lavoro dipendente di 100 milioni di vecchie lire l’anno.

Ho scritto: 20.000 copie, perché questo è quello che vende un libro di buona qualità, che ha un discreto successo di massa. Se vende la metà, cioè 10.000 copie, la retribuzione equivale a quella di 50 milioni lordi di vecchie lire l’anno. Ma se il libro è buono davvero, potrebbe vendere 200.000 copie, il che significa diritti d’autore per circa 558 milioni di vecchie lire, pari ad una retribuzione lorda da lavoro dipendente di circa lire 1 miliardo e 100. E perché il libro non potrebbe essere tanto buono da vendere 1 milione di copie? E magari essere tradotto all’estero, vendere i diritti cinematografici etc.?
Fatevi i conti; già solo come diritti d’autore stiamo viaggiando sull’ordine del miliardo di vecchie lire minimo, più o meno il doppio se vogliamo conteggiare una retribuzione equivalente da lavoro dipendente.
Dunque una cosa mi sembra evidente: scrivere libri è meglio che lavorare, tanto per parafrasare quello che i giornalisti dicono di sé.

 

Chiunque può scrivere libri?

Adesso viene però la domanda ovvia: ma chiunque può scrivere libri? Non è necessaria la cosiddetta ispirazione, per lo meno per la narrativa?
Stephen King, che con i libri ci ha fatto i miliardi in dollari, non crede che esista questa cosa chiamata ispirazione; scrivere un romanzo è un lavoro artigianale come un altro, con le sue regole, come fare il falegname. Ha scritto infatti: non cercare l’ispirazione; siediti e scrivi tutti i giorni 2.000 parole. Per la cronaca, scrivere 2.000 parole al giorno significa che in tre mesi si scrivono 120.000 parole, la lunghezza di un romanzo standard.
Si badi: non stiamo parlando di uno che vuole diventare Hemingway (magari stiamo parlando anche di lui, ma non solo di lui). Stiamo parlando di uno che vuole vendere degli onesti libri che la gente legge volentieri piuttosto che guardare la televisione spazzatura, o sotto l’ombrellone, o prima di addormentarsi vivendo emozioni nuove. Tutto qui.

 

Pubblicare il proprio libro

Una obiezione che si sente spesso è che è difficile farsi pubblicare. E’ vero. Io però devo riferirvi la mia esperienza personale.
Il mio primo libro sulla finanza, Come Guadagnare in Borsa, 60.000 copie vendute al momento di scrivere, è stato rifiutato da Sperling & Kupfer, ma al secondo tentativo è stato accettato da Il Sole 24 ORE, e vi garantisco che non mi sono fatto raccomandare da nessun politico – ammesso e non concesso che le scelte del Sole 24 ORE possano essere influenzate in qualche modo – per il semplice motivo che non ne conosco, non li frequento.

Seconda esperienza: il romanzo. E’ stato accettato da Mondadori senza che io conoscessi assolutamente nessuno là dentro. Ho chiesto la cortesia di leggerlo ad un giornalista conosciuto per caso, e che nulla mi doveva. Gli è piaciuto. L’ha passato ad un editor. E’ piaciuto anche a lui, e l’ha comperato. Se non gli fosse piaciuto non lo avrebbe comperato, come ha fatto Elvira Sellerio, la Signora degli editori italiani, a cui l’avevo mandato in precedenza. Non voglio ingannarvi con false speranze (non l’ho mai fatto). Ma se il libro è onestamente buono, è come in Borsa: prima o poi lo si vende.

Veniamo alla parte che più vi può lasciare in dubbio: ci sono delle regole per scrivere un onesto romanzo commerciale? Stephen King ce lo assicura, che ci sono. Ma come si imparano allora quelle regole? I libri che io conosco, pubblicati in Italia sull’argomento, valgono molto poco, questo è il mio parere.
La nostra è una cultura intrisa di accademia. Io ho studiato invece tutti o quasi i libri americani in argomento, e la musica lì cambia.

Vedete, negli Stati Uniti c’è qualche migliaio di scuole di scrittura creativa; negli Stati Uniti c’è sempre un qualche migliaio di scuole per ogni attività umana che lo meriti. La forza degli Stati Uniti è l’educazione; ormai dovrebbero averlo capito (quasi) tutti. In particolare, per quanto riguarda la scrittura, qual è il risultato? Che la narrativa mondiale è dominata da loro. La vecchia Europa, patria dell’umanesimo, ha dovuto, volente o nolente, cedere le armi senza neppure troppo onore. Allora bisogna fare come in tutte le cose: dotarsi dell’umiltà necessaria e andare a imparare. Con i proclami non si vincono le battaglie, tanto meno le guerre.
E’ così che è nato il mio romanzo, L’Assalto: mi sono messo a studiare.

 

Cosa vogliono gli editori italiani?

Quello che mi propongo di fare è trasferirvi in concreto tutto quello che ho imparato io (e ci ho messo qualche anno) guidandovi passo passo nella costruzione del vostro romanzo, quello che spero vi renderà ricchi.
Ma è proprio necessario? Dobbiamo proprio inchinarci agli americani anche in letteratura?
Vedete, ho chiesto a un editore italiano come mai preferiva tradurre libri americani anziché pescare nell’enorme produzione di manoscritti italiani. La sua risposta è stata: “perché i libri americani mi arrivano già editati, e mi risparmiano un enorme lavoro”.
Questo vogliono gli editori. Dateglielo. 

 

Dall’introduzione online a “Scrivete un best seller”, di Renato Di Lorenzo, Gribaudo Edizioni. 
Recensione a cura di Mario Di Colonna & staff FM

Link utili:
– Renato Di Lorenzo;
– corso gratuito “COME REALIZZARE EBOOK
– corso gratuito “GUIDA AL SELF-PUBLISHING
– Ebook & bestseller: Amazon vende 14.000 ‘copie’ in 24 ore
– Amazon: “fai soldi con noi” o “fai soldi per noi”?
– Bestseller con l’autopubblicazione.

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4 Comments

  1. Giovanna Palmieri

    8 giugno 2014 at 13:02

    Pierluigi de Pascalis la pensa un po’ diversamente: “Il guadagno dello scrittore”
    http://www.scrittiescrittori.com/dossier/professione-scrittore/guadagno-dello-scrittore.html
    (vale come segnalazione?)

    • staff

      9 giugno 2014 at 10:41

      Sì, vale.

  2. Rizzi

    9 giugno 2014 at 22:18

    L’articolo “Il guadagno dello scrittore” parte da un’idea sbagliata o almeno criticabile, che è quella del colpaccio, tipo “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”.
    Non è così che va, perché per mantenersi da scrittori OGGI non bisogna mirare a best seller, ma a vendite minime di tanti racconti.
    Il fatto nuovo è il digitale, che consente (finalmente!) di tenere in vendita un libro per un tempo illimitato, senza costi per nessuno!.
    Se ho una ventina di racconti che vendono una sola copia al giorno con un guadagno di 2 euro a libro (prezzo 3 euro), ottengo i classici 1.200 euro al mese e così sono pagato sia per scrivere e sia per fare presenza sui social.
    Ci vuole costanza.

  3. Zanetti P

    21 giugno 2014 at 18:34

    Giusto Rizzi!! E penso che per scrivere un best seller ce ne vuole e bisogna essere molto molto brave, invece dopo un po’ si può scrivere un Harmony ogni settimana o due. Non è letteratura, ma è “il piacere di scrivere”. Mica poco!

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