«La Rete crea e distrugge lavoro, l’istruzione è la chiave»

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«E’ una nuova  Rivoluzione industriale, dobbiamo rendere le persone in grado di lavorare in questo nuovo ambiente». 

Ieri su Next, il game-show su Repubblica TV, Riccardo Luna  ha intervistato Vinton Gray Cerf, noto anche come Vint Cerf, l’informatico statunitense conosciuto come uno dei “padri di Internet” e oggi Chief Internet Evangelist per Google.
Per Cerf, siamo nel mezzo di una rivoluzione industriale, come quella che all’inizio dell’800 ha cambiato l’economia e il mondo del lavoro, per come lo si conosceva. Allo stesso modo, all’inizio di questo secolo, l’ICT (information & communication technology), sostituisce ovunque e in ogni settore un gran numero di lavoratori con programmi automatici, con algoritmi e con interazioni pilotate. 

Se presa per il verso giusto, questa rivoluzione, di cui Internet è la facciata più evidente, libera le persone dalle attività più banali e ripetitive oppure da quelle più complesse e stressanti (le due cose coesistono nell’e-commerce, per esempio).
Se presa per il verso giusto, questa “rivoluzione” libera risorse umane verso attività di tipo gestionali piuttosto che esecutive. 

Ma perché il bilancio occupati-disoccupati delle nuove tecnologie è problematico?
Primo, perché l’economia deve richiedere queste mansioni qualificate a livello di massa (così come lo è stato per il settore metalmeccanico negli anni ’60). Nel senso che la componente d’innovazione nelle attività produttive è basso, in particolare in Italia, ma dovrà crescere. In ritardo, ma inevitabilmente. 
Secondo, perché il sistema scolastico, universitario e post universitario è scadente e non prepara alle nuove mansioni. Tant’è che per le mansioni “avanzate”, le imprese trovano più facilmente da assumere tra gli autodidatti che tra i neo laureati.
Su un vecchio numero di Nova 24, l’inserto del Sole 24 Ore (quotidiano della Confindustria), si stupiva del fatto che le imprese trovavano più conveniente formare internamente alle nuove mansioni Internet laureati in filosofia piuttosto che laureati  in scienze della comunicazione o in ingegneria informatica. Probabilmente è così anche oggi, dato che negli ultimi 10-15 anni non sono cambiati i programmi e i metodi scolastici, nè la selezione dei docenti universitari.

La carenza formativa è evidente in particolare in Italia, dove gli investimenti in istruzione e innovazione sono bassissimi rispetto agli altri Paesi europei, che a loro volta sono in ritardo rispetto gli Stati Uniti.
Una conferma giornalistica arriva anche da un lungo servizio sul mensile Wired (n. 69/2015), dal titolo “Come si trova lavoro”.  Gli autori hanno scoperto che «il 20% dell’offerta delle imprese resta senza un’adeguata risposta perché gli italiani non sono all’altezza, o almeno non quanto richiedono i mercati di oggi. Chi sa muoversi tra formule, dati e media digitali ha una marcia in più». Proprio quello che dice Cerf: «dobbiamo rendere le persone in grado di lavorare in questo nuovo ambiente».

Lucia Manca & staff FirstMaster (Claudio Torrella)
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Link: Istruzione, Italia ultima tra i paesi Ocse per spesa pubblica in rapporto al Pil.

 

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1 commento

  1. Finanziamento pubblico all’istruzione. Lampante la differenza che si registra nel finanziamento pubblico al mondo dell’istruzione che si registra tra l’Italia e diversi altri Paesi europei: se nel giugno del 2013 il bilancio francese poteva vantare una spesa di quasi 79 miliardi di euro, nello stesso periodo quello italiano si assestava intorno ai 48 miliardi, poco più della metaà del primo, mentre quello inglese, per una popolazione che conta circa 7 milioni di persone in meno rispetto all’Italia, vantava il corrispettivo di ben 80 miliardi di euro di spesa pubblica. Infine, tanto per tirarci su di morale, ragionando in proporzione la Norvegia spende complessivamente per l’istruzione il triplo dell’Italia: se infatti la spesa norvegese, nel periodo da noi preso in considerazione e su una popolazione di circa 5 milioni di persone, si assesta sui 12 miliardi e mezzo d’euro, basta fare le dovute proporzioni per ottenere il risultato già tristemente annunciato.