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Informazione e pubblicità

La pubblicità è l’anima dell’informazione giornalistica? Sì, dai tempi in cui gli editori pagavano il costo della carta con le vendite in edicola e pagavano tutto il resto con la pubblicità. Eppure oggi…

La reciproca utilità tra media e inserzionisti è sbilanciata a favore di chi paga, non di chi vende. Infatti, il pubblicitario è libero di scegliere a chi dare i suoi milioni, mentre l’editore è non è libero dai suoi vincoli di bilancio. Eppure, anche questa regola ha le sue eccezioni. Ne parlava ieri Marco Travaglio, nel suo articolo in prima pagina, sul Fatto Quotidiano (12/9/2018).
Racconta Travaglio:
«Nel 2010 l’Enel comprò alcune pagine del Fatto, come pure degli altri giornali, per promuovere la quotazione di Green Power. Noi illustrammo i possibili rischi di quel prodotto finanziario. L’articolo non piacque all’addetto stampa di Enel, che inviò al nostro concessionario di pubblicità una spudorata mail annunciando la fine delle inserzioni sul nostro giornale.
Evidentemente gli altri l’avevano abituato a vendere a Enel, in cambio di qualche pagina di pubblicità, anche tutte le altre: quelle teoricamente riservate all’informazione. Noi non siamo usi a questi andazzi: infatti prendemmo l’sms e lo sbattemmo in prima pagina. Perché tutti sapessero con chi avevano a che fare.
Quel gran genio lasciò poi l’Enel per approdare alle Autostrade dei Benetton. Dove continuò a foraggiare i giornali in cambio di soffietti e silenzi, addirittura a sponsorizzare la festa di Repubblica e iniziative di altre grandi testate, che infatti dopo il crollo del Ponte Morandi impiegarono parecchi giorni prima di nominare, obtorto collo, i Benetton.
La stessa cosa ci riaccadde nel 2017 con un’altra partecipata di Stato, l’Eni, che cancellò da un giorno all’altro 20 mila euro di pubblicità al Fatto subito dopo i nostri articoli sull’inchiesta che la vedeva coinvolta per corruzione internazionale in Nigeria.

Queste esperienze hanno confermato in noi le poche certezze che abbiamo sempre avuto sull’informazione all’italiana: la stessa che ci aveva indotti a mettere a repentaglio le nostre carriere e i nostri portafogli per fondare un giornale tutto nostro e senza un euro di denaro pubblico, cioè libero.
1) Le sei reti tv più diffuse, con relativi tg, sono tutte in mano ai partiti: le tre della Rai al Pd di Renzi, le tre di Mediaset a B.
2) I quotidiani – salvo un paio, tra cui il nostro – sono in mano a gruppi imprenditoriali che si occupano marginalmente di editoria e principalmente di tutt’altro (finanza, banche, assicurazioni, costruzioni, automobili, cliniche, appalti pubblici, politica), in pieno conflitto d’interessi, anche per i rispettivi agganci con i partiti di riferimento.
3) Il mercato pubblicitario è tutt’altro che libero, perché non obbedisce alla regola aurea della diffusione, ma a quella delle marchette: Mediaset ha il 55-60% di spot contro uno share medio del 30-35%; quanto ai giornali e ai siti, gl’inserzionisti (anche partecipate o concessionarie di Stato) premiano non le testate più lette, ma le meno critiche con loro e con i governi retrostanti. (…)
La gran parte dei giornali campa per metà di vendite e per metà di inserzioni. Ma non il Fatto di carta, che vive per oltre il 95% dei soldi dei lettori, non delle aziende.
4) A dopare vieppiù il mercato ci sono i finanziamenti statali alla stampa, prima più estesi e generalizzati, ora più mirati ma pur sempre scandalosi.

Sui punti 1 e 2, attendiamo con ansia che il governo rispetti il contratto e vari una legge contro i conflitti d’interessi e una che liberi la Rai dal controllo governativo-parlamentare.
Sul punto 4, confidiamo che il sottosegretario Crimi dia seguito alla promessa di azzerare i fondi pubblici ai giornali che ancora li incassano.
Sul punto 3, il recente annuncio del ministro Di Maio sui limiti alla pubblicità delle società partecipate dallo Stato (Eni, Enel, Leonardo, Poste, Rai) è il minimo sindacale: i criteri di destinazione dei budget pubblicitari devono essere trasparenti e uguali per tutti, altrimenti si entra nella corruzione e negli scambi di favori. (…)».

A.R. – Estratto da: Il Fatto Quotidiano, 12/9/2018.

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