RAI-servizio-pubblico-Parigi-charlie-hebdo-critiche

La RAI, il servizio pubblico e Charlie Hebdo

Giorni neri per la RAI, alle prese con la strage di Parigi, nella redazione Charlie Hebdo. Sui social network è un coro di proteste. Protestano gli utenti paganti, ma protesta anche il sindacato RAI. Infatti…

In “Chi l’ha visto il servizio pubblico sulla carneficina dei giornalisti?”, su ilgiornale.it (venerdì 7) Maurizio Caverzan ha fatto il bilancio del servizio pubblico, senza indulgenze: «niente speciali, zero edizioni straordinarie. Titoli che, riletti oggi, svelano un sapore autocritico verso quella che è una delle pagine più nere dell’informazione pubblica. Facevi zapping da un canale all’altro, mercoledì sera, e trovavi un programma di cronaca nera, un film qualsiasi, su Raiuno addirittura la replica di una fiction. L’informazione può attendere. E il famigerato approfondimento, totem dei talk show che sgomitano quotidianamente nei nostri teleschermi, può mettersi in fila. Senza spingere.
Quando invece ci sono dodici morti causati da un atto terroristico nella redazione di un giornale della capitale francese, tutti assenti. In vacanza o chissà. Dopo i tg che hanno conquistato ascolti ben al di sopra della media, lo Speciale TgLa7 di Enrico Mentana è stato un approdo obbligato come lo zapping sulle reti all news , a cominciare da Rainews24 , la più solerte fin dal mattino a rendersi conto della gravità dell’accaduto. (…)

Servizio pubblico latitante. Lacunoso. Ritardatario. Sui social network è un diluvio di proteste, di lamentele contro un canone – il cui pagamento la Tv pubblica ricorda in questi giorni con petulanza – purtroppo non corrisposto da servizi all’altezza in un momento storico come questo.
Il ritardo sulla notizia si è accumulato fin dalla tarda mattinata quando, come ha notato tal Nicolino Berti su Twitter , «solo Raitre in edizione straordinaria su Parigi, Raiuno deve prima far scolare la pasta alla Clerici». 

I telegiornali Rai hanno fior di corrispondenti nella Ville Lumière, anche uno di lunga esperienza come Antonio Di Bella. Ma quella di mercoledì 7 gennaio, prima giornata post-festività, rimarrà una pagina buia. Il giorno dopo, la polemica infiamma. Il sindacato dei giornalisti Rai si straccia le vesti («Come si può parlare di riforma se poi di fronte a una vicenda di questa portata, il servizio pubblico non reagisce mettendo in campo almeno su una delle tre reti uno speciale di prima serata?»).

A vicenda conclusa, anche Silvia Truzzi, per Il Fatto Quotidiano (domenica 11), attacca il servizio pubblico in “Rai, ora basta. Smettiamola di chiamarla servizio pubblico”, e scrive: «si potevano deludere i fan di “Che Dio ci aiuti?” O quelli, affamati di cronaca, di Federica Sciarelli? Devono aver pensato questo i dirigenti Rai che hanno deciso di non cambiare i palinsesti, la sera della strage di Charlie Hebdo». (…)
Ovviamente, scrive, «il problema è politico, riguarda la serietà e il prestigio dell’informazione pubblica in questo Paese assurdo in cui – bisogna sempre ricordarlo – è la politica, tramite la Commissione di Vigilanza – a controllare l’informazione e non il contrario.
Ovviamente se c’è il terremoto o l’alluvione è tutto più semplice: è cronaca. Il terrorismo è una faccenda più complicata da gestire, ci vogliono risorse e competenze di spessore diverso. (…)
Possibile che al direttore generale, al direttore del palinsesto, ai tre direttori di rete, possibile che proprio a nessuno sia venuto in mente di fare una telefonata e porsi il problema del “che facciamo stasera ”?
Hanno tutti fatto mea culpa, dopo. E va bene, si sbaglia. Però questo è un errore grave. E almeno riconosciamo che dipende dal fatto che la Rai è sempre più un’azienda che deve stare sul mercato: del servizio pubblico (il cui architrave è l’informazione) c’è rimasto pochissimo».

Recensioni a c. di Luciano Palumbo & FirstMatser Magazine

Print Friendly, PDF & Email

3 pensieri riguardo “La RAI, il servizio pubblico e Charlie Hebdo

  1. Il segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, l’on. Michele Anzaldi del Pd, ha detto senza mezzi termini: “E’ grave che la Rai in prima serata ignori la tragedia di Parigi, per trovare la funzione del servizio pubblico i telespettatori si sono dovuti indirizzare sullo speciale di Enrico Mentana su La7?.
    “La Rai, con decine tra giornalisti e tecnici in Francia – spiega Anzaldi – non cambia la programmazione in prima serata. Tutta l’informazione mondiale è proiettata stasera su Parigi, ma il servizio pubblico italiano decide di dedicare speciali solo in seconda serata. Si tratta di una brutta pagina della nostra tv pubblica di cui chiederemo conto in commissione di Vigilanza”.

  2. Rassegna stampa RAI a “Striscia la notizia”
    “Uno scandalo vergognoso”. Così il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, ha definito l’omissione commessa dalle rassegne stampa Rai nella lettura del titolo del Fatto Quotidiano di venerdì scorso, critico verso il presidente RAI. A Linea Notte, su Rai Tre, la prima pagina del Fatto Quotidiano non veniva proprio inquadrato, mentre in quella di RaiNews24 il titolo veniva depurato
    del riferimento critico al direttore Rai.
    Venerdì l’atteggiamento dei giornalisti Rai è diventato un servizio di Striscia la notizia: “Dimenticanza o censura?” si è chiesto il programma di Antonio Ricci, che ha girato la domanda a Iacopino.

  3. I numeri della RAI sono questi.
    Rai è una società per azioni che ricava 2,3 miliardi di euro dagli abbonamenti e dalla pubblicità. Ha oltre 12.000 dipendenti e oltre 10.000 collaboratori. Il costo del lavoro è di 905 milioni di euro.

    La mappa dell’organico che la Rai ha inviato all’azionista di controllo, il ministero dell’Economia, aggiornata al 31 dicembre 2013, dice che ci sono in RAI 1.581 giornalisti con un contratto a tempo indeterminato, la metà guadagna più di 105.000 euro l’anno e può sfoggiare almeno la qualifica di caposervizio (sono 279).
    I dirigenti giornalisti dai capiredattori in su, sono 303 e vanno dai 120.000 euro ai 240.000 euro, il limite imposto alle società partecipate dal Tesoro. Un anno fa, sei giornalisti superavano i 310.000 euro. I telegiornali
    Rai possono muovere 64 inviati speciali, 126.000 euro ciascuno è il prezzo per Viale Mazzini.
    I vice capiredattori sono 150, tradotti in milioni fanno 18. I redattori ordinari sono 688.

    Viale Mazzini per funzionare ha bisogno di 262 dirigenti, una decina lambisce il tetto dei 240.000 euro.

    Il personale, esclusi i giornalisti, conta 8.501 dipendenti: 2.466 impiegati, 470 funzionari semplici, 293 funzionari di fascia superiore (media di 67.000 euro).

    Il prospetto rendiconta anche le spese per 11 medici, 108 orchestrali, 1.537 impiegati di produzione, 1.624 addetti alla regia, 870 operai e 142 tecnici.
    È molto ampia la voce “lavoratori a tempo determinato”, una piccola Rai dentro l’immensa Rai: sono 1.360, in buona parte giornalisti (262) e personale di regia (349).
    Poi ci sono i collaboratori con contratto di lavoro autonomo, a progetto e partite Iva, sono 10.019 e costano 110 milioni di euro. Nel gruppo, 9.800 lavoratori su 10.019 guadagnano poche da decine di migliaia di euro fino a un massimo di 80.000. Il resto ha ingaggi elevati: 175 oscillano tra gli 80.000 e i 240.000 euro e in 31, fino al 2013, sforavano quota 310.000 euro.

Lascia un commento