Un’età dell’oro per il giornalismo? Sì, però…

di - 4 settembre 2013
età dell’oro per il giornalismo

Un’età dell’oro per il giornalismo? Lo sostengono in molti e senza sforzo, visto che siamo nella società dell’informazione.

L’analista finanziario Henry Blodget, noto alla comunità web, sostiene su Business Insider che siamo in «un’età dell’oro per il giornalismo» perché i «consumatori di informazione» hanno una maggiore offerta di contenuti tra cui scegliere e perché i giornalisti hanno molti più strumenti e risorse a disposizione con cui fare il proprio lavoro.

Un’età dell’oro per il giornalismo? Sì, però…
Però questa “età dell’oro” emerge se si separa il giornalismo dall’editoria. 
Il giornalismo come attività, oggi non ha nulla a che vedere con la crisi dell’editoria stampata, che è in crisi ovunque perché ha costi disfunzionali, perde pubblicità e arriva in ritardo sulle notizie.
Se quindi l’editoria classica (periodica e libraria), si sta deindustrializzando ovunque nel mondo ed è in parabola discendente come industria, invece il giornalismo come attività è più che mai vitale, cresce e si sviluppa in nuove forme (con le criticità tipiche di ogni transizione).

Secondo Blodget, si può parlare veramente di un’età dell’oro per il giornalismo per almeno quattro motivi, noti a tutti (seppure offuscati dalla crisi industriale dell’editoria). Ecco cosa scrive Blodget.

1 – I giornalisti hanno più capacità di voce
Perché «su Internet tutto è a portata di click. E, cosa ancora più importante, su Internet tutte le storie possono essere memorizzate in modo permanente per essere poi visualizzate da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Pensate che differenza rispetto a 20 anni fa».

2 – Non ci sono limiti di spazio / tempo
Grazie al web «se la lunghezza del più bell’articolo, per un lettore, è solo quella di un link a un altro sito web, ebbene, i giornalisti di oggi possono pubblicare un link. Se per un altro la lunghezza migliore è quella di un libro di approfondimento investigativo, il giornalista può scrivere quello».

3 – C’è una maggiore accuratezza
Nonostante ci siano errori nei social media, «tutte le informazioni possono essere istantaneamente e pubblicamente contestate, discusse, smascherate e talvolta anche corrette dalle fonti più velocemente che mai. E i protagonisti dei servizi giornalistici possono rispondere direttamente».

4 – E’ più facile diventare giornalista
Tutto ciò che serve è «un computer portatile, un cellulare (con fotocamera), un blog e un paio di account sui social media. Una volta dimostrato che siete bravi a scoprire i fatti, a condividere immagini e a raccontare storie che ai lettori piacciono, sarete pronti per la gara».

Altre voci

All’inizio di quest’anno Matt Yglesias ha scritto sul noto Slate magazine che questi sarebbero «giorni di gloria» per il giornalismo, una rivendicazione ripresa più tardi dall’ex direttore di GOOD magazine in un post sulla Columbia Journalism Review, con indicazioni analoghe a quelle di Blodget. 

Sulla stessa linea la fondatrice dell’Huffington Post, Arianna Huffington, che ha detto: «ci troviamo in una sorta di età dell’oro per il giornalismo. Non manca il grande giornalismo e non mancano le persone che ne hanno bisogno».

Infine, conclude Mathew Ingram su Gigaom: «se siete appassionati del giornalismo in tutte le sue forme, anche quelle del tutto nuove che non avremmo mai potuto immaginare fino a pochi decenni fa, allora chiamare questa una “età dell’oro per il giornalismo” non mi sembra affatto una forzatura».

 Michele Fattori & staff FirstMaster Magazine

Link
Henry Blodget, Wikipedia.
Business Insider, Wikipedia.
– Matt Yglesias, Wikipedia.

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- Redazione

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6 Comments

  1. Cynthia@Hyatt

    4 settembre 2013 at 08:39

    Sì, è come per la fotografia: la crisi della pellicola corrisponde al boom della fotografia.
    I marchi storici di Kodak, Agfa, Fujifilm e Ilford stanno chiudendo le fabbriche dove si produce la pellicola fotografica, ma contemporaneamente la gente che fotografa è aumentata di 100.000 volte, forse più. Non è un caso e non è un incidente di percorso, ma è il DIGITALE che cambia le regole :-)

  2. Reply68

    4 settembre 2013 at 14:34

    I 4 punti non sono una scoperta, ma è interessante la separazione tra editoria e giornalismo. Mi viene il sospetto che gli editori indebitati usino la “difesa del giornalismo” come pretesto chiedere contributi statali, proprio negli USA, mentre in Italia si vorrebbero aumentare, per questo stesso motivo.

  3. Pingback: Aumenta la richiesta di giornalisti (web) - Il magazine di FirstMaster - Il magazine di FirstMaster

  4. Giovanni Stintino

    21 settembre 2013 at 14:35

    Il mio contributo: De Mauro e Umberto Eco.
    Per De Mauro “i giornali italiani sono poco letti perché poco leggibili, e sono poco leggibili in quanto oscuri”. Per Eco, “l’oscurità dei giornali italiani è una manifestazione di un preciso programma ideologico”.

  5. Floriana S.

    11 ottobre 2013 at 15:48

    Nella professione giornalistica, ciò che conta per davvero consiste nella “qualità delle domande che si pongono”. E’ questa la differenza tra un bravo giornalista che merita di fare la professione e gli “impiegati” della cupola mediatica. Sono le domande, quelle che contano.

  6. Arnaldo Schisa

    14 ottobre 2013 at 13:04

    1) L’informazione di qualità è indispensabile.
    2) L’informazione di qualità è il prodotto di competenza e indipendenza.
    3) L’informazione di qualità produce credibilità.
    4) La credibilità ha un valore commerciale
    5) L’informazione di qualità ha un valore sociale e commerciale.

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